Perché le piante di fico non fanno fiori?

Pensateci. Avete mai visto i fiori di una pianta di fico? Sicuramente vi ricorderete con facilità i fiori di meli, peri, susine, ciliegi e molti altri: a partire dalla stagione primaverile tutte queste piante regalano un fioritura generosa in grado di meravigliarci ogni volta.

Cosa succede invece al fico? Anche gli antichi greci rimasero incuriositi da questi frutti prodotti senza la comparsa di un fiore. Lo stupore fu talmente tanto che decisero di dedicare la pianta del fico a Dioniso, dio della fertilità.

 fiori di fico

Fichi - si tratta di un falso frutto

I fiori di fico ci sono ma non si vedono

Affermare che la pianta di fico non produce fiori è sbagliato. In verità i fiori ci sono, solo non sono visibili: si tratta di fiori molto piccoli collocati all’interno di quello che normalmente, ed erroneamente, definiamo frutto. Questa parte della pianta, che botanicamente prende il nome di “siconio”, può essere definita come un falso frutto, poiché in realtà non è altro che l’ingrossamento del ricettacolo.

I fiori di questa pianta si presentano ovviamente senza petali, in più sono anche monoici: cioè esistono solamente fiori femminili (questi sono ben chiusi e protetti all’interno del ricettacolo) e quelli maschili (in questo caso sono collocati proprio alla bocca del ricettacolo stesso, quindi sempre al suo interno).

Ovviamente, anche in questo particolare caso, il compito del fiore maschile rimane quello di fecondare il femminile, solo allora si origineranno i frutti veri e propri. Questi frutti sono gli “acheni”, noi abitualmente li individuiamo nei semini all’interno del fico.

Come avviene la fecondazione delle piante di fico

Lo spazio all’interno del ricettacolo, prima dell’ingrossamento, è davvero ristretto. Senza un aiuto esterno i fiori maschili non sarebbero sicuramente in grado di impollinare quelli femminili. In soccorso arriva un insetto impollinatore: si tratta della blastofaga, una particolare tipologia di vespa molto piccola.

Questo insetto agisce in questo modo: sa di trovare qualche preziosa gocciolina di dolcissimo nettare al fondo del ricettacolo, entra quindi al suo interno, strisciando prima sul polline, raggiunge poi i fiori femminili, ed è in questo momento che avviene la fecondazione, inoltre il fico è una specie autofertile.

Le varietà di fico: Ficus Carica e Caprifico

Fortunatamente la blastofaga è un imenottero piuttosto diffuso sull’intero territorio italiano. Inoltre è in grado di compiere magistralmente il suo dovere di insetto impollinatore sia sulla varietà di fico coltivato (Ficus Carica) che su quello a crescita spontanea, normalmente noto come caprifico.

Ficus Carica - Fico coltivato

Ficus Carica - Fico coltivato

Il caprifico solitamente cresce spontaneo nelle regioni meridionali. E’ facile distinguerlo dalla varietà coltivata principalmente per le dimensioni raggiunte, non supera infatti i 3 – 5, è per il portamento cespuglioso che assume.

Inoltre le foglie di questa pianta sono molto più piccole, così come i frutti, tra l’altro non commestibili e dalla consistenza decisamente stopposa; in questa varietà i fichi non riescono neanche ad arrivare a fine maturazione, poiché cadono sul terreno precocemente.

Nonostante tutto anche la varietà spontanea viene visitata con successo dalla blastofaga, anzi l’insetto è addirittura attratto in maniera irresistibile da questa varietà più piccola e cespugliosa. Tanto che solitamente si consiglia di collocare un esemplare selvatico vicino a quelli da coltivazione, in questo modo si aiuta la produzione di frutti, incrementando a dismisura la presenza di blasfaghe.

Questi insetti sono indispensabili soprattutto nei territori del Sud Italia per garantire tre differenti generazioni, nelle varietà trifere, di frutti in un’unica stagione.  In più si segnala che il polline del caprifico è in grado di fecondare con successo anche i fiori femminili del fico coltivato.

Alcune curiose tradizioni

Caprifico

Caprifico - pianta selvatica

Anche i Greci e i Romani si erano accorti che gli insetti impollinatori avevano una predilezione per il caprifico, e che la vicinanza con le varietà coltivate aumentava la produzione di frutti. Furono quindi in grado di sfruttare questa particolarità a loro vantaggio appendendo un ramo di caprifico, o anche solamente qualche frutto, ai rami dei fichi coltivati: misero a punto la caprificazione, tecnica utilizzata normalmente anche ai giorni nostri.

Plinio il Vecchio aveva elaborato anche una teoria a tal proposito: sosteneva infatti che gli insetti impollinatori, una volta esaurite le risorse del caprifico, dovevano necessariamente spostarsi sui fichi domestici, colonizzandoli. Gli insetti si occupavano inoltre, sempre secondo Plinio il Vecchio, di aprire i pori dei frutti per far in modo di far entrare il sole al loro interno, unico vero artefice della loro maturazione.

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